L’osteria di paese

Ieri aveva tutta l’aria di essere la giornata giusta per una bella gita fuori porta. Almeno sulla carta.

Domenica di riposo per me e per Mu, sole, cielo limpido e serbatoio dell’auto pieno.

Così decidiamo di spingerci nelle colline tra le più famose del Paese. Per il vino e per un noto evento musicale che vi si svolge ogni estate.

Vogliamo vedere una bella mostra già aperta da un po’ di mesi e che chiuderà il prossimo.

Pieni di belle speranze arriviamo nella città dei Kinder.

Ci sono un bel po’ di auto ma non fatichiamo a trovare un posto in cui parcheggiare.

Sotto l’occhio disgustato di un presente.

Un signore distinto che ha commentato ogni manovra di Mu non avendo palesemente alcuna fiducia nelle sue capacità di entrare in retro in un posticino giusto giusto per la mia Panda.

Fattosta che forse voleva una fotografia.

Come si diceva un po’ di tempo fa quando tra ragazzini non potevi soffermare lo sguardo su un altro per poco più di 1 secondo che ti veniva fatta la fatidica domanda sfoggiando un accento milanese farlocco anche se ti trovavi a kilometri dalla città meneghina.

Tanto che Mu si riempie di aria di sfida e fa un parcheggio perfetto.

E tanto che il signore si merita un gesto dell’ombrello con i controfiocchi.

Scendiamo dall’auto ricchi dei belle speranze ma davanti a noi si dipana una coda kilometrica che fa il giro dell’isolato.

E centinaia di persone determinate a procedere verso l’entrata.

Non noi. Non siamo così stoici.

Ritorniamo alla nostra auto e c’è ancora quel signore. È dentro alla sua accesa e ferma.

Ma che cavolo? Aspettiamo che se ne vada e gli soffiamo sul collo.

Decidiamo così di tornare sulla via di casa. Quando vediamo ad un certo punto un paesino arroccato e illuminato.

Ci andiamo. Un panorama mozzafiato e una locanda aperta che appena vedo l’insegna mi viene una fame da digiuno forzato.

Entriamo. E usciamo di lì dopo 4 ore.

Ci mischiamo con gli anziani del paese. Basilio che perde a carte e offre a Pio. Pio che prende un Crodino. Una cagnara generale. Una bisca clandestina da far invidia a La Stangata.

Discorsi che spaziano dalla politica al calcio al cibo sempre sull’orlo della rissa.

E un oste molto diplomatico sempre pronto a sedarla.

Nonostante gli abbiano appena clonato la carta di credito, ci dice.

Sorriso sulle labbra e vino buono.

O viceversa?

😉

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I ravioli di magro

L’altro giorno era l’anniversario mio e di Mu.

Cade ogni anno in questo periodo, esattamente il giorno di Santa Lucia. E ogni volta ricordiamo quella sera di anni fa fatta di caffè non serviti e minacce di pedate nel sedere da parte di baristi un po’ troppo eccentrici.

Per questo motivo era tempo di festeggiare. Con una cenetta casalinga a lume di due candele adagiate sulla cerata a fiori che addobba il tavolo rotondo in salotto.

L’idea è quella di un menu prenatalizio dato il fatto che entrambi passeremo le festività al lavoro.

Quindi via libera alle prelibatezze: dai gamberetti in salsa rosa alla formaggetta di capra con confettura di cipolle rosse. Ad esempio.

Di primo un bel piatto di ravioli di magro anche noti come pansotti.

Dopo esserci consultati su dove acquistarli e aver scartato, ahimè, la pasta fresca di un noto supermercato sotto casa ci dirigiamo sulla scelta di un nuovo pastificio di quartiere, diciamo.

Vado io. Tanto penso di fare in fretta, devo solo prendere mezzo kilo di ravioli e un sugo di noci, se lo hanno.

Entro e mi accoglie una signora dalle gote rosse molto sorridente. Lei si occupa del banco e suo figlio, che sembra suo fratello, sta nel retro a fare la pasta. La fa al momento.

Mezzo kilo di ravioli, al momento.

Almeno ci prova. Più volte. Ma è in difficoltà. La pasta si attacca perché sta cambiando il tempo, mi dice.

Fa e disfa, immette rotoli di pasta nel macchinario e ne estrae delle pseudo polpette. Le accartoccia e le butta.

Guardo l’orologio e passano i minuti e le mezz’ore.

Intanto la signora cerca di intrattenermi con discorsi “di quartiere”. Vengo a sapere che abitiamo vicine, molto vicine.

Il ragazzo impreca e si scusa. La signora lo riprende, dice che nonostante la vetrata si sente.

Io osservo i vari piatti già pronti nel banco frigo, vorrei tutto. Ho una fame che sono miope e la cena mia e di Mu è sempre più un miraggio.

Dopo tre quarti d’ora forse ha finito di confezionare,uno ad uno, i ravioli.

Allora tiro un sospiro di sollievo. Li porta sulla bilancia sul bancone ma la signora è andata un attimo nel retro a prendere le noci per il sugo.

Perché anche il sugo di noci lo fa il ragazzo, al momento.

Ok allora forse ora c’è tutto.

La signora pesa il barattolino e mi guarda. Fa una pausa.

Capisco che non si è accorta del mezzo kilo di ravioli alla sua destra.

Glieli faccio notare. Perché sinceramente mi piacerebbe andare a casa, a mangiarli.

“Ah eccoli! Non li avevo proprio visti” mi dice sorridendo con i denti davanti separati.

Vengo allora attratta dall’idea di prendere lì anche la formaggetta di capra così da avere tutto per la cena.

In quel momento entra un ragazzo dall’aria stralunata.

“Lui è il nostro produttore di formaggi, ha un’azienda agricola proprio qui sopra” mi dice la signora.

Lo guardo diffidente.

“Oddio!!! Mica li farà sul momento anche lui?!”

Un tuffo nel Medioevo

Mu ed io siamo appena tornati dalla Toscana.

Abbiamo passato il weekend totalmente immersi in una scenografia medievale. Proprio come piace a me.

Prima di arrivare a destinazione abbiamo fatto una tappa più vicina per dormire, essendo partiti tardi alla sera ci siamo fermati al mare.

Ma non l’abbiamo visto.

Ci siamo fermati in un albergo in cui sembrava di essere a Las Vegas con alberelli di Natale ovunque e una scritta open a intermittenza sulla porta di entrata. Scritta decorata anche lei con un festone natalizio tutto intorno.

Ci viene subito in contro il cane dei padroni dal nome impronunciabile. “Sapete, il mio compagno è stato in in India sicché…”, ah ok e gli presentiamo Arturo.

Banalmente Arturo.

Un poco diffidente con gli umani, vuole giocare con il cagnolone ma è tardi ed è meglio andare a dormire.

Dopo la colazione ci rimettiamo in viaggio, scenari bucolici si dipanano davanti ai nostri occhi e penso agli studi classici del mio passato e a tutti i toscani della letteratura. Mi vengono in mente in particolare le ciabattine con cui vengono solitamente raffigurati.

Arriviamo a destinazione. Lasciamo l’auto fuori dalle mura in un parcheggio a pagamento e già mi piange il cuore immaginando a quanto ci costerà. Ma non fa nulla, è vacanza!

Ci muniamo di trolley e saliamo in paese. Inserisco il navigatore a piedi, lui parla e noi lo seguiamo. Sembra un labirinto in cui ci si mette pure una autoctona a depistarci.

“Per di là” ci dice e circumnavighiamo le mura. Passiamo anche davanti alla nostra casa, ma non ce ne rendiamo conto. E rifacciamo il giro.

Da segnalare che il padrone, il Signor Franco ci ha visti passare più volte ma non pensava fossimo noi. Con i trolley e un bassotto forse non eravamo sufficientemente riconoscibili.

Arriviamo accaldati. Franco è lì, in quella che ha tutta l’aria di essere casa sua e che ci ha affittato per una notte.

Ci spiega tutto…c’è anche già la ciotola dell’acqua per Arturo perché anche lui ha un cane. Si chiama Zizze.

Quindi…Faccio un sopralluogo e ci sono davvero tante cose interessanti tra cui delle supposte sul comodino, dei dipinti erotici ma non troppo, il sapone liquido allungato con l’acqua e un tepore e un’accoglienza che mi fanno stare bene.

Franco è un cuoco, ci sono sue foto con un piatto di gamberoni in mano e un grande sorriso. In un’altra posa davanti ad una Ferrari, sempre soddisfatto.

Trovo anche due biscotti per cani a forma di osso. Ne spezzo uno e lo do ad Arturo. Ma non lo mangia! Mi viene il dubbio che sia finto, penso che magari Franco ci tenesse particolarmente a quel biscotto, penso addirittura che possa essere un’opera d’arte che io ho spezzato in due.

Con nonchalance lo ricompongo. Avvicino i due pezzi e…voilà, come nuovo.

Dopo cinque minuti suonano il campanello. “C’è Franco?” .

“Questa è senza dubbio casa sua”, penso.

Bene usciamo, voglio assolutamente sfoggiare la mia giacca di peluche verde nuova…ma…Che cavolo c’è qui?! Ed ecco l’antitaccheggio incorporato. Ma uffa aaah.

Mu ed io proviamo a toglierlo con tutti gli utensili che troviamo nel cassetto della cucina: dal cavatappi al coltellino svizzero. Ma non viene via e rischiamo di spaccare tutto e di amputarci un braccio.

Tornerò al negozio. Col mio peluche sottobraccio. E poi non ce ne sarà più per nessuno! Piccole nonne – antitaccheggio 1 a 0. Sì, ma la prossima settimana.

Ok usciamo, giriamo, assaggiamo il vino toscano, facciamo foto. C’è pure un concerto di ragazzini della proloco.

Mamma mia come urla la cantante, ma fa piacere un po’ di musica di sottofondo. Mu va a vedere il Duomo mentre io sto fuori con Arturo. Mu torna e gli andiamo in contro. Mi accorgo dopo cinque minuti di non avere più il cellulare. Sparito.

Chiamiamo e risponde una ragazza dalla voce stridula. L’avevo lasciato sui gradini della chiesa. Appoggiato.

Forse inconsciamente volevo liberarmene e tornare davvero al 1400.

Al Medioevo… ma senza peste possibilmente e col riscaldamento in casa di Franco e le supposte, all’occorrenza.

😉

Arturo in punizione

Stamattina, prima di smontare dalla notte, mi è arrivato un messaggio di Mu con su scritto:” Arturo è in punizione, ha tentato di uccidermi”.

“Buongiorno anche a voi” penso tra me e me e chiedo spiegazioni dettagliate.

Praticamente Arturo stava mangiando le sue crocche con la consueta voracità quando Tiffany gli si è avvicinata per tentare di rubargliene una. Lui, a quel punto, le ha ringhiato e Mu per difenderla si è avvicinato alla ciotola. Arturo allora ha iniziato a ringhiare a Mu come se fosse l’ultima delle belve da sbranare. E ha continuato per qualche minuto.

Quindi è finito nel bunker post – atomico.

Il bunker post – atomico è lo spazio in cui di solito lo mettiamo quando usciamo di casa.

Da quando dentro casa ha tentato di combinare ingenti danni le soluzioni potevano essere: o un pannolone o appunto creargli un posto ad hoc in cui potesse sfogare i suoi istinti e l’immensa frustrazione di essere lasciato solo per ridottissime quantità di tempo.

Perciò quando usciamo lo mettiamo lì, in uno spazio delimitato da una porticina molto bassa ma per lui insormontabile essendo nano. Lì ha i suoi giochi, traversine varie e la ciotola con l’acqua. E’ al piano terra, vicino al garage, al riparo dalle intemperie, dotato di illuminazione. Non c’è il riscaldamento ma per quelle rare occasioni in cui rimane solo ha sempre il maglioncino, uno rosa, vecchio cedutogli da una cugina maltesina di nome Ariel.

Fattosta che stamattina Mu l’ha messo lì anche se c’era lui in casa. L’ha messo lì e gli ha detto:”Pensa a ciò che hai fatto”.

Quando sono arrivata abbaiava forte. E io non ho resistito nemmeno un minuto. Ho chiesto a Mu da quanto fosse lì. “Da un’ora” mi dice.

E allora vado a prenderlo. Non è facile fare i duri con bassotto nano di 10 mesi che dipende totalmente da te. Lo tiro su senza aprire la porticina, un po’ come si fa con i bambini dentro al box.

Trattengo le risate perché indossa il maglioncino rosa con la scritta “I love puppies” sulla schiena. Tra l’altro gli è piccolo sembra come se si fosse ristretto in lavatrice.

Mentre faccio le scale cerca di girarsi per leccarmi la faccia, lo porto da Mu che è in bagno. Glielo lancio dentro.

“E ora fate pace voi due!” Dico e me ne vado a fare colazione.

Terapia d’urto, o la va o la spacca.

Non sento niente per un po’. Poi escono dal bagno e chiedo aggiornamenti.

Mu mi dice che ha deciso di non considerarlo, oggi lo evitera’. Lo ama ma l’ha fatto davvero arrabbiare.

Capisco.

“Quindi avete fatto pace?” Richiedo sogghignando.

Arturo mi guarda e mi salta in braccio, si posiziona per dormire.

Allora Mu tira fuori la famosa storia che Rocky e Biagio, i suoi ex cani, non l’avrebbero mai fatto, di ringhiargli.

“Lo so Mu, ma guarda quanto è bello questo coso!” Gli dico. E Arturo tira su gli occhi di lato come un trudino.

” Bassezza mezza bellezza, Mu!”

E mi guarda in cagnesco.

😉

Lo spirito del Natale

Stanotte ho dormito a casa di Olly.

Sono ancora nel mio letto a una piazza e mezza in ferro battuto e penso al Natale.

Qui da lei gli alberi di Natale hanno sempre lasciato un po’ a desiderare. Nel senso che si sono sempre usate le stesse palline dagli anni 80 ai 2000 senza mai rinnovare alcun tipo di decorazione.

Ma a pensarci, col senno di poi, era bello così.

Ci ostinavamo a comprare alberi veri che dopo qualche giorno perdevano gli aghi a quintali. Bastava sfiorarli che scendeva una pioggia verde sul pavimento tanto che avevamo sempre la scopa a portata di mano.

Poi ogni tanto le palline si rompevano e si cercava di recuperarle attaccando i pezzi con la colla superadesiva e appendendole ai rami con i fili di ferro dei sacchetti cuki.

Fino a quando è arrivato il Topy. Il mio primo gatto. Un esemplare unico di 11 kili. Tigrato chiaro con calzini bianchi, polpastrelli e naso rosa.

Una tigre pronta ad appendersi alle tende e ad infilarsi con furia sotto ai copridivani.

Figuriamoci con in casa un albero di Natale. Dopo averlo capottato qualche volta si è deciso di non farlo più.

Ne abbiamo allora comprato uno mignon con palline incorporate, alto un palmo di mano e posizionato sopra alla TV.

E fine degli alberi di Natale finché abitavo con Olly.

Ma l’anno scorso Mu ed io, ma più io che Mu, abbiamo fatto l’acquisto del secolo: 2 metri e 10 di albero con una miriade di luci led bianche e altrettanti giochi di luci.

Un orgoglio.

E Tiffany manco lo degnava di uno sguardo, fortunatamente. Si è strusciata solo qualche volta, bella, grassa e con la coda dritta all’insù.

Ma quest’anno è arrivato Arturo e con lui il suo primo Natale.

Me lo immagino già a seguirci passo a passo nei preparativi. Esaltato come solo lui si esalta. E a pensare che tutte le palline siano suoi giochi.

Non ho ben presente l’approccio dei bassotti nani con l’albero di Natale, ma spero solo che non sia lo stesso che Arturo ha con quelli fuori.

Soprattutto da quando ha imparato ad alzare con decisione la zampa destra.

😉

Il rossetto rosso

Erano due giorni che avevo una forte ansia.

Ultimamente è raro che ce l’abbia, ma quando arriva è uno tsunami.

Allora per cercare di placare questo impeto ho deciso di andare in uno di quei negozi in cui vendono un po’ di tutto dai cosmetici alle noccioline in busta.

Perché lì mi rilasso.

Il mio obiettivo principale è comprare un rossetto rosso effetto opaco ovvero “matt”. Lo desidero da settimane e cerco solo la soluzione che mi garantisca un miglior prezzo qualità.

E lo trovo. Famosa marca per teen ager, numerazione 70, styling moderno e affusolato. Prezzo modico.

È mio.

Prima di scegliere però ne provo una decina, tutti sul dorso della mano sinistra. Tanto che sembra che perda il sangue dall’arto.

Mi serve poi assolutamente uno shampoo lisciante e districante per i miei capelli ribelli.

Li guardo tutti, leggo le componenti e gli effetti desiderati. E scelgo madreperla effetto seta.

Mi guardo la mano ed è ancora molto rossa. Passo davanti a uno scaffale pieno di salviette di ogni tipo. Dal profumo di camomilla all’aloe passando per la lavanda. Un microcosmo profumato e puro per detergermi dai mali del mondo. Le compro.

Sono quasi alla cassa quando vedo una colonnina con tanti piccoli sacchetti ricchi di frutta secca ideale per i miei spuntini. Mi fermo a contemplarla, ci sono mandorle pelate e non, noci, nocciole, anacardi e mix di tutto questo.

Afferro una bustina di mandorle e una di noci. Sono anche molto economiche.

Bene, ho fatto la spesa. Vado in cassa e pago.

“Ha la tessera?” Mi chiedono

“Sì ma a casa”

“Non fa nulla, le do anche questi sconti promozionali” e mi danno un blocchetto con grafica già natalizia. Percepisco calore.

Mi piace qui, non voglio andarmene, ma mi scade il parcheggio. Esco e mi pulisco la mano con la nuova salvietta al gusto di aria pura di montagna.

Vado alla macchina e, una volta seduta, sfodero il mio rossetto e me lo metto. Fantastico. Super opaco e a lunga tenuta.

E ora? Devo andare a lavoro.

Prendo un’altra salvietta e me la passo sulla bocca. Mi tolgo il rosso dalle labbra.

E mi guardo nello specchietto retrovisore. Ho un leggero alone rosso sulla bocca e l’ansia è passata. Andata.

Mi sono coccolata, presa cura di me andando in uno di quei negozi magici.

Ognuno ha il suo negozio magico così come ognuno ha il suo rossetto rosso.

Basta conoscersi un po’ e volersi un po’ di bene.

Muah 💋

😉

L’uscita con le colleghe

Ieri sono uscita con le mie colleghe.

Alcune, non tutte, eravamo quattro. Doveva venire anche un collega ma ci ha scritto all’ultimo momento per dire che aveva un classicissimo impegno. Un impegno più impegnato di quello che già aveva con noi.

E così ci troviamo direttamente davanti al locale alle dieci, loro che arrivano da lavoro e io che, reduce dal turno del mattino, ero andata a cena da Olly. Tanto il locale è lì vicino.

Ore 8…un sonno primordiale. Mi infilo il pigiama, mi metto nel mio letto di quando abitavo con lei e chiudo gli occhi. Prima però imposto la sveglia per le 9 e mezza.

Dormo un po’, perlomeno stendo le gambe. Suona la sveglia e scatto in piedi. Si va a ballare!

Eccole le mie colleghe, belle, eterogenee, bionde e more, mamme e non.

“Ciao ragazze!”

“Ciao Piccole nonne!”

“Cooome on!”

Entriamo e chiediamo se c’è un tavolo per mangiare e bere qualcosa. Dobbiamo attendere una ventina di minuti…Rosy punto Emme B si siede su un divano di pelle ed è subito Maria de Filippi.

Tronista. Li squadra tutti, uomini, donne e bambini. E noi con lei. C’è un pourpurri di umanità non indifferente. Uno scorcio di società a dir poco particolare. Sembra un grande villaggio turistico in cui i problemi sono stati lasciati fuori dalla porta antipanico.

E ci piace.

Ci accompagnano al tavolo, ci sediamo e ordiniamo. Cibo-Cibo-cibo!

Porzioni enormi, mastichiamo per tre quarti d’ora ininterrottamente e parliamo e ridiamo.

In sottofondo Azzurro il pomeriggio è sempre azzurro e lungo per me...e alle mie spalle una serie di fac simili tutti uguali tra loro: jeans che comprimono il fondoschiena e capello (quando presente) rasato.

Con alcune eccezioni di ragazzi che sembravano lì senza un reale motivo, presi e posizionati lì da un braccio meccanico. Ragazzi che, dalle facce, potevano essere tranquillamente ad un torneo di scacchi e forse sarebbero stati più a loro agio.

E poi le ragazze…di tutte le età, esibizioniste e meno; una dopo essersi conquistata il posto sul bancone centrale non ha smesso un attimo di ballare.

Purtroppo non era capace.

Ripeteva una serie di movimenti privi di connessione con la musica di sottofondo. …ma tanti complimenti per la tenacia e l’impegno.

Mangiamo e beviamo tutta la sera ancorate al nostro tavolo e ipnotizzate dal contesto. Altro che ballare…nessuno è sfuggito al nostro body scanner trovando sosia e personaggi davvero rilevanti.

Pure uno dello staff ci punta due volte una luce laser verde per spronarci ad avere coraggio e ad alzarci dal tavolo. Ma nulla. Stiamo bene lì.

Mangiamo, beviamo, parliamo e ridiamo.

Facciamo studi sociologici noi e qualcuno, in quel momento, potrebbe avere noi come ispirazione per un trattato sulla staticita’.

Vabe’, magari la prossima volta balliamo semplicemente?

😉