I fichi di Olly

Ieri ho pranzato con Olly.

Siamo andate a mangiare una pizza, io una greca e lei una ai quattro formaggi rossa. Ci mettiamo in un dehor ventilato di una piazza quasi in centro città.

Siamo sedute al tavolo e Olly tira fuori una busta gialla da missiva con qualcosa dentro. Me la porge, la apro e dentro ci sono quattro fichi belli maturi.

“Facciamo aperitivo!” Mi dice.

La guardo e le dico che potremmo mangiarli dopo perché se ci vedono i camerieri magari si arrabbiano. È d’accordo e ripone la busta nella sua borsetta.

“Li ho presi nella pianta sotto al palazzo, sono di tutti” precisa.

Mangiamo le pizze, andiamo a prendere un gelato defaticante alla frutta e i fichi sono sempre nella busta gialla.

Quando ormai siamo entrambe consapevoli che non li mangeremo Olly mi dice che deve andare al supermercato lì vicino a prendere il catalogo delle offerte.

“Ok, certo, ti aspetto qui” le dico.

Torna, mi raggiunge sulla panchina e sfodera il suo catalogo. Lo sfoglia, lo studia e poi vedo che lo spiega per bene.

“Ti faccio un bel rinforzo per i fichi” mi dice. Fa un bel cartoccio tutto intorno alla busta e mette il tutto nella mia piccola borsa.

Me ne dimentico fino a sera quando, dopo lavoro, esco con i colleghi.

Sono in auto con M punto Rosy B. E cercando il rossetto in borsa sento una cosa molliccia e umida. Un fico! Nonostante il rinforzo è uscito dalla busta e gli altri stanno per fare lo stesso.

Io proprio non mi sento di mangiarli e li offro a M punto Rosy B. Ottimo, ha proprio voglia di fichi. Glieli passo uno ad uno mentre guida, li mangia e ad un certo punto vedo che si toglie un pelucchio dalla bocca.

“Era un capello” mi dice.

“Mi dispiace, scusa, M punto Rosy B.!” – Urlo .

Sappi che ho appena fatto un trattamento vegetale, sono commestibili! Vuoi?

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I rotocalchi

Ieri ho fatto la stiratura vegetale ai capelli.

Ho prenotato qualche giorno fa la parrucchiera, una nuova da cui non sono mai andata e che fa questo tipo di trattamento innovativo.

Mi porta Mu perché sono in ritardo. Mi lascia lì davanti, entro e scorgo già quattro signore in posa. Una con la tinta spalmata sulla ricrescita e tutti gli altri capelli sparati in aria, una sotto il casco, una con della carta stagnola su tutte le ciocche e una al lavateste.

Tutte che parlano contemporaneamente. Un caos e una serie di discorsi inerenti il gossip italiano e internazionale infiniti.

Anche io vengo subito dotata di giornali per poter stare al passo con i discorsi. L’aiutante parrucchiera me ne dà una pila intanto devo aspettare un pochino.

Comincio a sfogliare e noto le prime caratteristiche tipiche dei rotocalchi come il segno zodiacale dei personaggi fotografati scritto tra parentesi o espressioni come nel tondo. Ma novità assoluta, almeno per me che non li leggevo da un po’, è leggere a fianco a parole straniere la pronuncia. Ad esempio bouquet (si legge buche’).

Naturalmente si parla di matrimoni vip. Tantissimi matrimoni vip.

E poi grandi discussioni sui 60 anni di Madonna, che comunque è tutta rifatta, e sui 90 anni di Lina Wertmuller che però è esteticamente brutta. Alle signore non è proprio mai piaciuta.

E intanto, ad un certo punto, la parrucchiera prende le chiavi della sua auto, saluta e se ne va.

Ritorna con una certa Enzina, sua amica che ha accompagnato dallo psicologo. Enzina non sta tanto bene, è confusa e mangia poco. Se ne parla liberamente tutte insieme con lei presente e io a quel punto ho già quella specie di hummus in testa e la guardo con tenerezza. Lei mi guarda e mi dice:” Mi ricordi me da giovane”.

Bene.

Intanto io odoro di funghi e ho una gelatina in testa. La tengo per mezz’ora fatta su in un’apposita fascetta, poi altra mezz’ora senza fascetta.

Ho un sonno che ogni tanto mi addormento sognando Madonna e Lina Wertmuller che si sposano.

Dopo, la ragazza mi passa col phon ogni singola ciocca otto volte e le conta davvero. Ed io di ciocche ne ho tante. Non possiamo nemmeno parlare perché lei deve contare, mi dice.

E io ho sempre più sonno.

Il tutto dura un’altra ora, in cui ascolto solo le signore e ogni tanto dormo. Fino all’ultima ciocca.

E non è finita, me le ripassa tutte di nuovo con la piastra, otto volte ciascuna. Otto.

Io non ce la faccio più, sono esausta e immagino che il suo braccio si stia per staccare.

Giunti alla fine di questo estenuante trattamento la ragazza tende a precisare: “Mi raccomando, per almeno 24 ore non devi lavare i capelli altrimenti vanifichiamo tutto il lavoro “.

Ok, penso che li lavero’ a settembre, per il mio compleanno.

😉

La caduta

Sono caduta e mi sono quasi spaccata un ginocchio.

Tornata da lavoro, entro in casa felice di rivedere Mu, Arturo e Tiffany al gran completo. Faccio carezze a tutti, bacio Mu e Arturo, gratto Tiffany e vado verso il box con le bustine mix di carne e pesce per gatti.

Siccome Tiffany è sempre affamata e la sua silhouette le permette di mangiare a qualunque ora decido di darle del cibo anche per far perdonare la mia assenza di oggi.

Sono stata via tutta la giornata e ho trascurato i puppies.

Quindi ho la bustina di carne in mano ancora da aprire e la chiamo andando verso la ciotola.

A quel punto stile cartoon arrivano cane gatto da due diverse direzioni fino ad incontrarsi davanti al mio piede alzato.

Schiaccio una zampa a Tiffany che emette un miagolio assassino, mi spaventa e inciampo in Arturo. Cado e mi sfracello al suolo battendo il ginocchio sinistro.

Un dolore d’altri tempi. Un male pazzesco.

Urlo “Ahia regazzi!! Ma siete fuori di testa?!”; dopo un pochino arriva Mu che stava disegnando nell’altra stanza chiedendo cosa cavolo fosse successo.

Mi vede a terra col ginocchio sbucciato e paonazzo. Capisce la situazione e trattiene le risate.

Gli chiedo del ghiaccio, apre il freezer e c’è una vaschetta di gelato torroncino e pistacchio. “Va bene!” urlo, basta che metta qualcosa di freddo sulla botta.

Viene da ridere anche a me ma mi fa comunque troppo male. Spero non sia rotto intanto Arturo mi lecca la gamba e Tiffany si è sdraiata sotto al mobile della cucina.

La bustina è lì per terra abbandonata e io vorrei vedere dall’esterno la scena.

Mu dichiara di essere senza parole.

Il ginocchio pulsa e io tengo il gelato sopra poi passa qualche minuto, il dolore si placa un po’, mi si è pure accavallato un nervo del collo dal contraccolpo. E inizio a ridere ancora seduta per terra.

Anche Mu a quel punto può ridere.

Arturo mi lecca e Tif mi guarda.

Penso a come questa casa era più spoglia senza questi due cuccioli, quando una caduta sarebbe stata motivo di pianto e non di ilarità.

Mu ed io ci guardiamo e guardiamo il mio ginocchio. Mi aiuta ad alzarmi.

Ok, torroncino e pistacchio per tutti?

😉

La fotocopia

Oggi per fare una fotocopia ci ho impiegato due ore.

Nel senso che la mia copisteria di fiducia è in ferie. Arrivo e la porta di legno, che di solito è spalancata, é chiusa con davanti una signora con l’aria di chi non può accettare la cosa. Si guarda intorno incredula, legge e rilegge il cartello di chiusura, sembra non darsi pace.

Effettivamente anche io ci sono rimasta male. Non mi sono accorta che ridendo e scherzando siamo quasi a ferragosto e che alcuni esercizi commerciali chiudono per qualche giorno.

Provo allora a fare mente locale e capire dove possono farmi fare questa benedetta fotocopia. Mi viene in mente la cartoleria de la giovane anziana, una ragazza appunto giovane ma che parla piemontese stretto. Vado ma é in ferie anche lei. Sicuramente è in vacanza ad esercitare il suo dialetto, mi viene da pensare.

Allora parcheggio in un carico e scarico ed entro in una tabaccheria. Chiedo se fanno fotocopie e mi dicono che ne fanno al massimo tre.

“Bene! Io ne ho bisogno solo una” dico entusiasta. Finalmente ci siamo.

Estraggo carta di identità e tessera sanitaria e tutta felice le porgo alla signora tabaccaia.

Lei mi dice che, se voglio fronte e retro di entrambe, sono quattro le fotocopie.

“Mh? Cosa cavol*?”- penso e armandomi di diplomazia dico :”Se me le fa tutte in un foglio è solo una!”.

Vedo la signora stupita, non aveva pensato a questa eventualità, praticamente è come se le avessi svelato il terzo segreto di Fatima.

La guardo e lei mi guarda. Ci guardiamo.

Allora ci riprovo e con entusiasmo dico “Guardi, se mette i documenti vicini e imposta la macchina in modo tale che faccia entrambi i lati può usare un foglio solo!”

Silenzio.

“SIGNORA?!”

“Eh, cara…io non sono capace” mi confessa la tabaccaia.

“Aaaah ok, ho capito, pensavo che magari fosse capace…ma lasci stare non c’e’ problema…andrò da un’altra parte…buona giornata signora…” – dico cercando di gestire l’imbarazzo e comprando anche un pacchetto di caramelle alla liquirizia per smorzare la tensione.

Sono quasi sulla porta quando la tabaccaia mi chiama e mi dice :”Per oggi farò un’eccezione, te le faccio tutte e quattro, dammi tutto”.

“Grazie! Che gentile” Esclamo incredula masticando già tre caramelle.

Per come era iniziata la giornata non pensavo di essere così fortunata!

😉

La batteria del cellulare

Ho messo una foto simpatica di Arturo su un gruppo on line.

Sono tre giorni che ho continue notifiche. Il numero dei like cresce a dismisura, tanto che ora siamo a quota 810. Un record.

C’è chi scrive gioia di casa, chi si stupisce per la sua lunghezza, chi commenta con babaci che lanciano cuori.

Fatto sta che io ho sempre il cellulare scarico. Da tre giorni a furia di mi piace e messaggi.

Praticamente c’è Arturo steso sul letto con tutte le zampe tese e la pancia spiaccicata sul materasso. Carina, simpatica ma 810 like mi sembrano eccessivi.

Mi chiedo come facciano gli influencer con la batteria del cellulare.

O ne hanno di riserva da interscambiare o usano ogni momento libero per metterla in carica. Sicuro avranno telefono, PC, tablet e chi più ne ha più ne metta e, usando tutti gli strumenti alternativamente, la batteria si preservera’ un po’ di più che a me nello specifico. È un bel problema.

La mia è sempre intorno al 30%, basta una telefonata che scende, poi le notifiche di Arturo e scende ancora vertiginosamente fino arrivare al 15% quando il telefono vibra che sembra un messaggio da chissà chi invece è solo la batteria scarica.

Poi verso il 5% mi minaccia che si spegnerà e la luce è già più flebile, finché, mentre sono lì che controllo l’ultimo fan del mio cagnolino, mi si spegne. Definitivamente.

Il buio.

E il caricabatteria è troppo corto tanto che se voglio usarlo da attaccato alla spina devo stare seduta composta al tavolo, impossibile stare sdraiati.

È una tortura. Per una foto di Arturo sui social ora non posso utilizzare il mio cellulare per giorni. Questa sua vita da star non mi piace, dorme, mangia e si fa fare foto da copertina.

Rivoglio il mio cagnolino di campagna, quello che gioca col rametto dei pomodori e che starnutisce prima di abbaiare.

Eccolo, è di spalle, Arturo, vieni…

Ma stai facendo il bidet?

Ora ti riconosco!

😉

La sagra di paese

È iniziato il periodo delle sagre.

In giro campeggiano cartelloni con ogni tipo di menù, dal cinghiale all’asino passando per il pesce non particolarmente tipico della zona.

Escludendo gli animali, ieri Mu ed io, siamo stati attratti dagli gnocchi.

Partiamo alla volta del paesino in festa dove ci accolgono un numero esagerato di volontari della protezione civile. A catena ci indicano il parcheggio libero, una serie di braccia tese fino al punto esatto in cui inserire il muso della macchina.

Scendiamo e Arturo individua un signore dell’età di Jk. E ovviamente gli abbaia. Sono un po’ imbarazzata, gli spiego in breve la situazione e il signore molto tenero gli dice: “Arturo, sono Pino, non sono mica il nonno!”. Cerco di fermarlo prima che dica quella parola proibita ma non riesco e Arturo ancora più burbero, continua imperterrito con i suoi Uof Uof.

Lo allontaniamo e andiamo verso il centro del paese.

Passiamo attraverso una piazzetta con una giostra per bambini, un tiro a segno e un camioncino che vende zucchero filato.

Altro che gnocchi, io vorrei quello!

Ma per compagnia proseguo con Mu e arriviamo al menù. Ok, vorremmo gli gnocchi e una bottiglia di vino bianco fresco da portare via. Sul palco arriva il cantante del gruppo che sta per esibirsi a provare il microfono.

Io sono proprio attaccata alla cassa mentre aspetto i piatti e mi urla letteralmente nelle orecchie.

Prendiamo i cartocci e andiamo a mangiare su una panchina. Bevo un bicchiere di vino bianco ed è subito demenza.

Sicuramente non sono più abituata, mi sento Checco Zalone.

Rido, non ho più un’espressione intelligente da un po’, mi lacrimano gli occhi, mi rivolgo ad Arturo come certe anziane signore fanno con i bambini, con frasi ricche di nomignoli e diminutivi. Pure lui mi guarda stranito, e muove la testa, Mu invece mi sequestra la bottiglia di vino e se la beve lui.

Decido che ho assolutamente necessità di vincere un nuovo peluche per Arturo al tiro al bersaglio.

“Vorrei tutto il caricatore pieno” dico alla signora che mi predispone il fucile.

Non ho mai giocato in vita mia ma inizio a sparare e butto giù alcune lattine di cocacola. È divertente! Lascio provare Mu, ma mi rimpossesso subito del mio fucile.

Ok, ora posso scegliere tra un accendino con luce laser e vari peluche.

“La tartatuga!” Esclamo e me la consegna.

La lancio subito ad Arturo che la afferra con i denti e non la molla più fino a quando torniamo al parcheggio.

Ecco Pino che ci aspetta e penso che tutti dovrebbero avere un Pino che li aspetta, una figura rassicurante e canuta come lui.

Lo capisce anche Arturo che intento a mordere la sua tartaruga non gli abbaia più.

Saliamo in auto.

Guardo Mu e gli dico: “Mu, ma se mi allenassi a casa col fucile da caccia del non…..”

Mentre sto per concludere quella parola, Arturo va in panico e inizia ad abbaiare.

“Ma un’idea di riserva, Piccole nonne?”

😉

Le lenti a contatto

Sono circa due anni che porto gli occhiali fuori e in casa.

Nel senso che prima portavo solamente lenti a contatto fuori casa e gli occhiali quando ero in modalità casalinga quasi a sottolineare una netta distinzione tra i due contesti.

Ora questa distinzione è venuta tranquillamente meno. Da quando mi sono stufata di quel gesto ripetitivo che consiste nell’aprirmi l’occhio con il dito medio di una mano e l’indice dell’altra mano. E tac infilare la lente con l’indice libero.

Che noia farlo alle sei del mattino quando ho gli occhi di una cinese. Rischiando di mettere la lente al contrario tanto da spingerla, con il battito di ciglia, quasi nel cervello.

E lì ci vogliono mezz’ore in cui le tenti tutte ma continui ad avere un corpo estraneo addosso che non vuole più scendere per quanto spalanchi la bocca. Un incubo.

Così come quando senza rendermene conto ho dormito con le lenti e al mattino, non trovandole nello scatolino, ne ho aperte due nuove e me le sono messe.

Per tutta la giornata vedevo letteralmente doppio senza capire il perché, ero storna come diceva mia nonna in dialetto veneto.

Poi alla sera, togliendone quattro invece che due, ho capito.

Ora ho deciso di mettere le lenti solo in occasioni particolari tanto che quando le ho, mi dimentico e faccio il gesto istintivo di sistemarmi lo stesso gli occhiali con la mano. Ma la mano cade nel vuoto, così rimedio facendo finta di pettinarmi il ciuffo.

Tutto, comunque, ha avuto inizio quasi venti anni fa con la visita dal contattologo.

Una figura particolare a metà tra un ottico e un esperto di make up. Infatti sono andata all’appuntamento truccata. Non ricordo di avere mai messo così tanto ombretto come quel giorno, forse perché avevo sedici anni ed era sabato.

Fatto sta che non c’è nulla di meno indicato che andare ad imparare a mettersi le lenti a contatto dopo essersi truccati gli occhi.

Faccio un po’ di tentativi, indice, medio, indice, me la cavo ma mi cola tutto il trucco.

La matita nera, l’ombretto violetto, sono tutta a righe e macchie sulla faccia.

Il contattologo mi fornisce indicazioni per la rimozione delle lenti e fazzolettini per pulirmi il viso.

Mi pulisco ma gli aloni rimangono e io devo uscire con i miei amici.

Per rifare la riga nera non c’è problema, ho la matita in borsa, ma devo prima pulirmi per bene.

Allora il contattologo, soddisfatto del suo lavoro, estrae dalla borsa un pacco di salviettine struccanti al profumo di rosa.

Sgrano i miei occhi miopi, inserisco gli occhiali dell’epoca e sono davvero salviette, ora le vedo bene.

“Ormai sono abituato con voi donne” – mi dice – “così le porto sempre con me”.

Sono piacevolmente stupita.

Mi pulisco, mi ritrucco e raggiungo gli amici. Come se nulla fosse.

Contattologo professionista dell’anno.

😉